L’utopistica utopizzazione di un utopico mondo

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Secondo Karl Marx la nascita dell’era industriale fu solo un modo per generare una diversa disparità tra ceti sociali.
Prima c’erano patrizi e plebei, poi feudatari e servi della gleba, infine corporazioni e artigiani; ci sono sempre stati, in pratica, oppressori e oppressi.
L’era industriale ha solo cambiato nome alle forze in gioco: borghesi e proletari.
Il marxismo si fondava sull’idea, non errata, che il capitalismo crei un divario economico tra chi cerca il profitto (il borghese, proprietario dell’industria che genera lavoro) e chi viene sfruttato (il proletario, che viene pagato per dedicare il proprio tempo e le proprie capacità al fine di arricchire il borghese).
Ritenendolo fisiologico, Marx disse anche che, prima o poi, i proletari (sfruttati e, rispetto ai borghesi, in numero di gran lunga maggiore) si sarebbero ribellati e avrebbero creato una sorta di dittatura compensativa, fino a giungere al punto di equilibrio, dove il proletario sarebbe stato, allo stesso tempo, padrone dell’industria e lavoratore.
La proprietà privata, come conseguenza di questa parità di diritti, sarebbe stata abolita.
In poche parole: l’operaio non avrebbe più lavorato per un misero stipendio, ma per il profitto netto (e, questo lo deduco io, anche col rischio di accollarsi le eventuali perdite).

Le ultime privatizzazioni delle grandi società hanno creato esattamente quanto profetizzato dall’avvento dell’era industriale: pochi individui a capo delle aziende a caccia di una ricchezza da accumulare, tanti lavoratori sfruttati in nome del profitto a tutti i costi.
In teoria non sarebbe sbagliato lasciare che sia lo Stato a detenere la supremazia su certi aspetti chiave della società civile: sanità, istruzione, trasporti e via dicendo.
Uno Stato non progredisce senza le più elementari funzioni vitali e, come nel caso di un organismo malato, rischia di morire in mancanza di un sostentamento (economico, in questo caso).
Quindi dovremmo smetterla di privatizzare e riaffidare allo Stato il controllo di queste funzioni?
Verrebbe da rispondere di sì, ma occorre fare una premessa.
Per come ci troviamo ora, quello che non funziona nel mondo del lavoro non è solo la ricerca del profitto di pochi capitalisti avidi e corrotti, ma anche la non più necessaria assunzione umana.
L’imprenditore non ha bisogno di individui che si stancano, si ammalano, chiedono ferie: l’automatizzazione ha sostituito i muscoli con il silicio.

L’imprenditore se ne frega se, a un certo punto, non avendo più uno stipendio nessuno potrà comprare i prodotti dell’industria, perché avrà già accumulato abbastanza capitale e risorse per vivere di rendita.
Si può dire che, in questo momento, esistono pochissimi eletti che hanno ipotecato il proprio futuro oltre ogni più rosea aspettativa, al di là di come andrà l’economia globale.
Ipotizziamo che, in un insperato atto filantropico, questi ricconi decidano di regalare le proprie industrie allo Stato.
Lo Stato, a questo punto, cosa dovrebbe fare?
Smantellare tutti i robot e riassumere una forza lavoro umana?
No, non ce ne sarebbe ragione, anzi: lo Stato è, prima di tutto, il popolo, e se il popolo ha una controparte meccanica/elettronica capace di lavorare al proprio posto, perché non approfittarne?
Scrittori di fantascienza immaginarono mondi utopici dove gli umani non lavoravano più, completamente dediti alle arti, all’amore, alla natura, all’armonia del pensiero; tutto questo sarebbe realmente possibile grazie alle attuali conoscenze tecnologiche.
Ovviamente le cose funzionerebbe allo stesso modo se i grandi capitalisti, anziché accumulare ricchezze, dessero un corrispettivo economico non al robot, ma all’umano; l’umano, in questo caso, diverrebbe il proprietario non dell’industria, ma del robot; non dovrebbe per forza esigere parte del profitto, ma riceverebbe uno stipendio senza affaticarsi e divenendo di nuovo padrone indiscusso del proprio tempo libero.

Uno Stato, tuttavia, per funzionare ha e avrà sempre bisogno di qualcuno in grado di gestirlo, in quanto gli esseri umani sono, per natura, incapaci di utilizzare le risorse cerebrali a fin di bene e a scopi pacifici senza una guida; morale e buon senso hanno bisogno di un idolo per trovare un allineamento equilibrato, altrimenti regnerebbe solo il caos.
Proprio per questo, così come escludo a priori l’esistenza di un imprenditore filantropo, prevedo con un discreto margine di sicurezza che, se lo Stato fosse a capo di tutto, l’umano detentore di tale potere amministrativo lo utilizzerebbe esclusivamente per sé.
I gesti dei sovrani del passato confermano questa mia teoria: non bisogna concedere troppa libertà al popolo, non solo perché il governante non potrebbe più vivere nel lusso, ma anche perché sarebbe il popolo stesso a scialacquare la propria ricchezza nei modi più moralmente indegni.
Immaginiamo un’Italia con il popolo mantenuto dallo Stato: una buona percentuale non sprecherebbe il proprio tempo per migliorare intellettivamente (anche se ne avrebbe un gran bisogno…), ma si ridurrebbe a vegetare tra canne, birra e slot machine.
Personalmente non ho difficoltà a immaginare un mondo utopico e una società perfettamente funzionante: l’importante è che, questa società, non sia composta da esseri umani.

Vittorio Tatti

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La subdola dottrina della non-aggressività

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Gandhi predicava la non-violenza quale forma di protesta nei confronti delle ingiustizie: secondo lui si potevano ottenere risultati anche con la resistenza passiva, senza l’utilizzo delle armi e della forza fisica.
La sua dottrina, oggi, si può dichiarare definitivamente fallimentare per due ragioni elementari: non reagire fisicamente procura danno a chi subisce la violenza, in quanto l’altra persona non è così idiota da non approfittare di una persona inerme; se può schiacciarla, perché non farlo?
L’altro punto, ancora più pericoloso del precedente, è che la non-violenza diventa inutile nei confronti della non-aggressività.
Spesso pensiamo che il forte sottometta il debole solo grazie all’uso della forza fisica, ma sarebbe un errore madornale ritenerla la sua unica arma vincente: la non-violenza perde completamente di senso quando si scontra con la non-aggressività.
Se ci pensiamo bene, i politici che ci governano non hanno bisogno dell’uso delle armi per piegare la volontà del popolo: primo perché il popolo si ribellerebbe, secondo perché può risparmiare le forze senza sporcarsi le mani di sangue.
Alla non-violenza di Gandhi si risponde con la non-aggressività e, mi duole dirlo, quest’ultima strategia è quella che ha dimostrato di poter essere applicata alla nostra società.
Permetti alla plebe di ubriacarsi, di delinquere allo stadio e di sfogarsi sui social network; concedile l’illusione di essere libera, spegni ogni sua velleità di ribellione, predica che in Paradiso riceverà gloria e onori: fai questo e la renderai schiava a vita, senza che nemmeno se ne renda conto.

Vittorio Tatti

Pensiero…

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Tollerare?
No: reprimere.
Perdonare?
No: castigare.
Consentire?
No: proibire.
Premiare?
No: punire.
Liberare?
No: imprigionare.

I verbi “negativi”, in una società di decerebrati, sono le uniche armi vincenti per recuperare almeno un po’ di civiltà e rispetto.

Vittorio Tatti